Niente cintura? Indennizzo decurtato al passeggero

Autore Segreteria / Data: 24-01-2013 /

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04/10/2011

La cassazione ha respinto il ricorso di una donna che s'era vista addebitare un concorso di colpa al 33% per non aver indossata la cintura

La corte di cassazione, con una sentenza depositata ieri 29 settembre, ha dato torto a una donna che, rimasta ferita come passeggera in una vettura coinvolta in un incidente stradale, essendo la vettura coperta da una polizza assicurativa a favore dei terzi trasportati, aveva chiesto per vie legali un risarcimento alla compagnia assicurativa, ottenendolo solo parzialmente perché, dalle prove, era risultato che non aveva la cintura di sicurezza allacciata.

DECURTAZIONE DEL 33% - La sentenza di primo grado aveva dato parzialmente ragione alla donna stabilendo che aveva contribuito al procurato danno fisico il fatto che non indossasse la cintura di sicurezza. Di conseguenza, il risarcimento previsto era stato decurtato del 33%. La donna, però, era ricorsa in appello per ottenere un risarcimento maggiore, ma la corte l'aveva condannata a restituire alla compagnia assicurativa la differenza tra la somma effettivamente percepita e quella liquidata. L'ostinata passeggera s'è allora rivolta a quella suprema, sostenendo che la sentenza precedente era viziata per tre motivi. Innanzitutto, la prima contestazione riguarda l'affermazione che la donna, al momento del sinistro, non indossava la cintura. La corte d'appello era giunta a questa conclusione sulla base della dichiarazioni del conducente dell'auto, il quale aveva sostenuto che la passeggera aveva battuto violentemente la testa contro "il vetro", un circostanza che provava che era priva di cintura . L'interessata, invece, aveva sostenuto (e ha ribadito) di averla indossata e che la corte, prima di decidere, avrebbe dovuto accertare contro quale vetro era avvenuto l'urto della sua testa: il parabrezza o il finestrino? La seconda eventualita, con tutta evidenza, non sarebbe stata sufficiente a dimostrare che la donna non indossava la cintura, poiché l'urto contro un vetro laterale può benissimo avvenire anche quando la si indossa. Il secondo vizio della sentenza d'appello risiedeva, secondo la ricorrente, nell'aver escluso il nesso tra i danni fisici e la rottura, verificatasi durante l'incidente, di una delle "barre di Harrington", dei particolari distrattori metallici che la donna porta nel corpo da alcuni anni per correggere una grave forma di scoliosi. Il terzo vizio consisteva nell'obbligo di restituira la somma di denaro alla compagnia, un'azione che la ricorrente avrebbe potuto compiere solo in base a quanto provato dalle parti.

RICORSO RESPINTO - La corte suprema ha respinto tutte e tre le motivazioni del ricorso. In pratica, ha sostenuto il giudice, più che censurare i vizi della sentenza d'appello, la ricorrente ha tentato d'introdurre alcune questioni tendenti a ottenere un nuovo esame delle prove e una loro diversa valutazione, cosa che la cassazione non può fare. Riguardo la tipologia di "vetro" contro il quale la donna aveva urtato, poi, la cassazione s'è riferita alle prove emerse nel dibattimento precedente, durante il quale il guidatore aveva dichiarato che la donna aveva urtato contro il parabrezza e non contro il finestrino. Quanto alla "barra di Harrington", la corte d'appello aveva già ragionevolmente escluso il nesso tra la sua rottura e le lesioni subite dalla passeggera. Infine, la restituzione della somma indebitamente percepita era stata ritenuta "consequenziale rispetto alla nuova e diversa liquidazione del danno" e la corte suprema s'è dichiarata d'accordo, sottolineando comunque che l'importo di cui si parla in seconda istanza è "meramente indicativo". La sentenza non aggiunge nulla di nuovo a quanto già si sapeva: le cinture vanno sempre allacciate (e deve varlo anche chi siede dietro). In caso contrario, le compagnie assicurative possono rifiutarsi di pagare, del tutto o in parte, il risarcimento.

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